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11 gennaio 2009
La vita è un muro
Oggi Tobia sembra strano...E’ arrivato come ogni giorno col
suo zaino eastpack beige in spalla, l’ha appoggiato come ogni giorno e come
ogni giorno si è seduto sulle mie radici. Ma oggi non sorride come al solito,
non scherza coi suoi amici e non ascolta musica. E’ assorto nei suoi pensieri e
un’ombra cupa attraversa quei grandi occhi verdi che di solito fanno impazzire
tutte le ragazzine che gli girano attorno. Ne ho visti tanti di ragazzi in 150
anni, ma Tobia ha qualcosa di particolare, mi dà quasi una sensazione di dejà
vu... E’ ancora qui seduto e non dà segni di miglioramento.Se solo potessi
chiedergli come sta, fare qualcosa per lui! Ma purtroppo non ho questa
possibilità. Eh sì, sono un ippocastano; imprigionato in una gabbia di
corteccia, ascolto da anni la linfa che si muove dentro di me e osservo.
Osservo i ragazzi che passano, la gioia, le lacrime, l’euforia e i tormenti di
generazioni di giovani. Credono di sapere come va il mondo, i ragazzi, e lo
affrontano sempre a viso aperto... ci sbattono continuamente contro, come
macchine che tentano di demolire mura troppo forti per le loro possibilità. In
fondo la vita è un muro. C’è chi ci sta dietro, impaurito da quello che può
trovare al di là, chi salta di continuo per vedere dall’altra parte, chi passa
una vita intera a progettare improbabili congegni per scavalcarlo e muore prima
di poterli costruire, chi trascorre decenni a guardarlo impassibile e quando è
giunto ormai alla fine del suo essere trova un’impercettibile fessura. I
ragazzi prendono semplicemente la rincorsa e ci vanno addosso. Non importa se
si fanno male. Corrono e sbattono, poi tornano indietro, corrono e sbattono
ancora.
Certe volte vorrei fermarli, prenderli per quei cappucci
pelosi che portano, neanche fossero orsi polari, da ottobre a maggio. Ma poi,
insomma, ci sono passati tutti e grazie al cielo prima o poi si cresce e inizia
a mancare il fiato per fare tutte queste corse avanti e indietro addosso al
muro.
Continuo
ad osservare gli occhi verdi di Tobia e mi richiamano alla memoria qualcuno, ma
non mi ricordo proprio chi.
Ecco, forse lo so. C’è un signore anziano, sui settant’anni
che ogni tanto si ferma fuori dal cancello a guardare i ragazzi in ricreazione.
Lui ha quegli occhi ma... non so, mi sembrano spenti. No, no, non può essere
lui. L’immagine di quegli occhi nella mia memoria risale a molto tempo fa ma...
caspita, non ricordo proprio!
Ma poi, che ci troverà questo
nonnino di interessante, dico io, in questa massa di ragazzi annoiati? Boh...
Adesso Tobia entra in classe,
credo di aver capito che ci sarà interrogazione di latino. Mi stanno passando
davanti tutti i ragazzi della scuola (sono piantato proprio davanti
all’ingresso... uno dei miei più grandi motivi di vanto). Come sono diversi da
quelli che uscivano quand’ero giovane! Ricordo che avevo sì e no ottantacinque
anni (eh sì, ancora un ragazzino) quando hanno costruito questa scuola. Era una
scuola elementare, perché, all’epoca, non erano in molti a potersi permettere
di proseguire gli studi fino al liceo, quindi non sarebbe certo servita una
costruzione grande come questa per contenere tutti gli studenti. Allora quelli
che passavano davanti a me erano bambini, ma a volte ripensandoci credo mi
sembrassero più adulti dei liceali del giorno d’oggi. La scuola era grande e vi
affluivano i bambini di tutte le campagne circostanti per chilometri e
chilometri. Arrivavano a piedi, questi piccini, e si sentivano sopraggiungere
da lontano, con quello scalpiccio di zoccoli e quelle vocine che mi
annunciavano l’inizio di una nuova giornata.
Adesso la mia giornata inizia col
rumore dei camion che passano la mattina presto, per evitare il traffico e da
quel momento è tutto un susseguirsi di auto, autobus e motorini che si fermano,
portiere che sbattono, auto e autobus che ripartono.
Ora i ragazzi hanno finito di
entrare e qui si respira un po’ più di calma. Non vedevo l’ora, ogni mattina è
la stessa storia: arrivano, lanciano gli zaini sugli scalini e si spargono
ovunque a fumare o a raccontare chiassosamente quello che hanno fatto nel week
end.
Sorrido tra me e me, anche perché
sono un albero, quando penso a com’era diverso l’ingresso a scuola qualche
decennio fa. Le maestre uscivano, impeccabili nei loro abiti relativamente
eleganti per l’epoca; alla loro vista tutti i bambini si schieravano in fila
come piccoli soldatini e prima di entrare in classe si sottoponevano al
controllo delle mani e dei capelli. Qualcosa mi dice che, se i professori
provassero a controllare i capelli ai ragazzi, di questi tempi, oltre a
provocare scioperi ed altre innumerevoli forme di manifestazione, farebbero
oltremodo fatica a trovare il famigerato pidocchio rintanato tra i cumuli di
gel che compongono bizzarre acconciature.
Credo proprio che sia arrivata l’ora della ricreazione. La
campanella è già suonata ma non è ancora uscito nessuno; probabilmente saranno
ancora tutti ammassati su quegli aggeggi, le “macchinette”, che amano tanto.
Ora inizia ad uscire qualcuno. Sembra un professore e sta parlando e
gesticolando freneticamente con un... hemm... cespuglio... Sembra proprio
furioso!No, no, ecco, adesso vedo: dietro al cespuglio c’è un ragazzo coi
capelli castani e... Ehi ma quello è Tobia e stanno litigando furiosamente!
Parlano di una versione di latino, sembra, troppo difficile secondo il ragazzo.
Povero caro, però, già stava male stamattina, ci mancava anche
un’interrogazione finita così. Certo che, caspiterina, qualche tempo addietro
nessuno si sarebbe permesso di andare a contestare un voto all’insegnante. Ehi,
ehi, cos’è?! Nooo, ancora, non lo sopporto più! Io odio questa scuola, queste
macchinette e questi piccoli arroganti che mi infilano le carte colorate delle
merendine tra le radici. Danno fastidio! Se solo fosse ancora come un tempo...
I bambini portavano da casa quello che c’era: chi un pezzo di pane, chi della
polenta, chi niente. Guardavano tutti con invidia gli orfani di guerra, che
ricevevano la merenda gratis e ne ricordo uno in particolare... non mi torna in
mente come si chiamasse...insomma, prendeva il pezzo di pane che gli spettava,
si sedeva sulle mie radici e stava lì, ad aspettare che la ricreazione finisse.
Portava vestiti un po’ vecchi, come tutti del resto, aveva
i capelli castani e ricci e... dei bellissimi occhi verdi! Ecco chi mi ricorda
Tobia, ecco dove avevo già incontrato quello sguardo profondo e magnetico!
Anche oggi arriva quello strano signore e si apposta fuori
dal cancello. Questa volta però sembra più ansioso e preoccupato del solito.
Sta fissando Tobia, ma d’altra parte in questo momento non è difficile notarlo,
dato che sta tirando calci ad un malcapitato pino borbottando da solo parole
che sono troppo educato per ripetere. Bah, cos’avrà oggi quel ragazzo non si
sa; capisco la crisi ormonale ma... Bene, finita la ricreazione, se ne vanno
tutti ed ora parte anche il vecchietto.
Povero Pino! Beh, ok, non sarà originale come nome per un
pino, ma tra di noi lo chiamiamo così. Ammetto che non mi sta poi così tanto
simpatico: sempre così slanciato e con quella punta all’insù, mi dà
l’impressione di voler essere superiore a noialtri alberi con la chioma
“tozza”. Ma questa volta s’è preso proprio una bella dose di pacche. Visto che
non so cosa fare (centocinquant’anni ancorato qui, sfido chiunque a non
annoiarsi) ogni tanto mi capita di spiare dentro alle classi per farmi una
cultura o per vedere semplicemente che succede.
La classe sulla destra, quella di fianco alla porta di
emergenza, è l’aula di Tobia. Stanno facendo biologia e la prof proietta sul
muro delle coloratissime presentazioni di power point, ma il ragazzo non sembra
molto interessato e, come al solito, guarda dalla finestra le persone che
passeggiano.
Quante bacchettate sulle mani si prendeva quel ragazzo con
gli occhi verdi! Anche lui non resisteva alle distrazioni e come si girava a
guardare fuori dalla finestra, riceveva puntualmente uno schiaffo sul collo o
un colpo di bacchetta sul dorso delle mani. E poi, ihih, power point... era
tanto se c’era una lavagna in classe! Ogni tanto quel bimbo arrivava da casa
con della legna per scaldare l’aula e il suo“materiale didattico” era composto
da un libro, un pennino,un quaderno e per gli appunti...carta del prosciutto.
La vicina di banco di Tobia, a quanto pare sta decidendo di
mettere su una cartoleria. Tiene sul banco tre raccoglitori ad anelli di
diverso colore, divisi da fogli plasticati con scritte dorate, un astuccio
pieno di pennarelli, una ventina di penne colorate profumate e coi brillantini,
una matita di diddle, una di “dimensione danza”, una penna blu, una rossa, una
nera e un’altra con sopra un pupazzetto giallo e peloso che si illumina quando
scrivi. Poi, per il reparto bigiotteria e varie, ha sparsi sul banco e addosso
una decina di braccialetti di vario tipo, una collana, un paio di orecchini
Chanel, tre diversi burrocacao “labello” (frutto della passione, sweet melon e
quello rosa perlato perché “fa troppo trendy!”) e uno specchietto per
controllare al cambio dell’ora come sta la frangetta.
Ora escono, con evidente sollievo di Tobia ma anche di
tanti altri e mi sfilano tutti davanti sfoggiando lo zaino eastpack e gli
occhiali da sole rayban. Quasi quasi era meglio quando erano tutti costretti a
portare l’uniforme. Il vestito era sempre lo stesso, ma almeno quando potevano
si agghindavano in modo diverso l’uno dall’altro, anche se il loro vestiario
era composto da vecchi pantaloni e cappotti dei fratelli abilmente rivoltati
dalle mamme. Ora che possono permettersi di comprare vestiti e accessori nuovi
quasi ogni volta che vogliono, vanno in giro come cloni, tutti uniformati,
senza nessun dettaglio personale.
Se ne sono andati tutti, anche Tobia, ma ci sono due
persone qui sotto alla mia chioma che parlano di lui. Sono sua madre e il prof di latino. Parlano fitto fitto e lui
annuisce con un’espressione compassionevole che non mi piace per niente.
Purtroppo riesco a captare solo qualche parola: litigio, trasloco, Pistoia,
nonno...
Povero caro, se le cose stanno come penso, è comprensibile
che oggi fosse così agitato. Ma, non capisco... con chi ha litigato? E perché
mai si dovrebbe trasferire?
Se ne vanno e resto qui in silenzio, con un profondo senso
di amarezza.
Costringere un ragazzo di quell’età a traslocare è come
sradicare una pianta: quando la togli da terra è rigogliosa, poi potrebbe
attecchire oppure seccarsi e perdere la linfa vitale.
Ormai è pomeriggio inoltrato e vedo passare di qui
l’anziano signore con gli occhi verdi. E’ poco lontano da me quando si ferma a
parlare con una signora altrettanto anziana ma di indubbia bellezza che sta
annaffiando i gerani che tiene con cura sul davanzale da tempo immemorabile.
Parlano del tempo e degli acciacchi. Non suscitano grande interesse questi
argomenti, perciò mi concentro sull’abbigliamento eccentrico del nonnino. Non
lo avevo mai notato, a dir la verità, ma ora che ci penso è proprio strano.
Porta un paio di occhiali con la montatura squadrata, spessa e rosso scuro, una
giacca di velluto color verde bottiglia con sotto una sgargiante camicia
hawaiana, che mette in risalto il suo fisico tutto sommato invidiabile data
l’età avanzata; un paio di pantaloni di velluto color senape e un paio di
sneakers che lo fanno sembrare più un cartone animato che una persona reale.
Ora stanno sorridendo, sembra ricordino i vecchi tempi. Lui
tira fuori dalla tasca un taccuino logoro e legge qualcosa.
“Corpo di mille balene!”, direbbe il capitano Achab, è un
poeta! Pare che non se la cavi male con le parole e la signora sembra essere
d’accordo con me. Lui sorride e mette in mostra dei denti perfetti. Dice che ha
studiato soltanto fino alla quinta elementare, ma la cosa non mi sorprende poi
così tanto. E’ incredibile la quantità di cose che facevano imparare a quei
bambini in soli cinque anni. A memoria poesie su poesie e se sbagliavano
qualcosa si andava giù a schiaffi.
Si salutano, ma sembravano parecchio affiatati e credo si
rivedranno.
Inizia a sopraggiungere la sera e le mie foglie cominciano
ad inumidirsi. I rumori si fanno via via più rari e tutto quanto attorno a me
sembra sprofondare in
un torpore reso inquietante dalla luce ondeggiante del
lampione in fondo alla strada. Ora si spegne anche il lampione e vivo in un’illusione
di pace e tranquillità che sarà spezzata, tra qualche ora, dall’arrivo dei
primi camion.
Sono le sette e quaranta ed iniziano ad arrivare dei
ragazzi dalla stazione degli autobus. C’è anche Tobia che, se possibile, è
ancora più malinconico di ieri. Sono arrivati anche i primi professori e sento
due professoresse benvestite e dall’aria medio borghese discutere sulla
situazione del giovane. Sussurrano, ma lo fanno a volume così alto che se
parlassero normalmente le si noterebbe di meno. Mentre parlano sfoggiano una
vasta gamma di espressioni compassionevoli e quando gli passano di fianco
fissano a lungo Tobia.
Dicono che “la madre ha ragione, in fondo”, “quello lì è
proprio una brutta persona”, “ parlarne al piccolo sarebbe sconveniente, data
la situazione, non potrebbe capire”.
Adesso ci si mette pure una brutta persona, siamo presi
bene!
Se c’è una cosa che non sopporto degli adulti che girano
per la scuola è la loro convinzione che i ragazzi vadano protetti da qualsiasi
cosa possa influenzare il loro modo di pensare.
Sono le cinque di pomeriggio e la mattinata di scuola è
passata come al solito: fumo, poi calma, poi merendine, calma, parata degli
zaini, stop. Origliando una conversazione dalla finestra aperta della sala
insegnanti, ho scoperto che Tobia dovrà andarsene fra due giorni, perché c’è
una persona sconveniente che la madre non vuole fargli incontrare, per paura,
dice lei, che influenzi il corretto sviluppo della sua personalità.
Ora sono le cinque e mezza e lo strano signore è tornato.
Stavolta entra a casa della nuova amica, ma stanno seduti in giardino, per
fortuna, così posso captare qualche spezzone di conversazione.
A quanto pare i due “ragazzi” erano compagni di classe
proprio in questa scuola, quando ancora c’erano le
elementari e si sono ritrovati per caso ieri pomeriggio.
Ricordano i vecchi tempi, quando lei in classe imparava a cucire e lui faceva
modellini di legno, ma avrebbe preferito dedicarsi alla scrittura. Pare che per
questo sia stato addirittura bocciato una volta, ma succedeva spesso in quei
tempi che per un motivo o l’altro si dovesse ripetere l’anno.
Lui sembra un po’ agitato, ma, quando lei gli chiede
perché, fa di tutto per evitare l’argomento. Sono ormai le sette quando se ne
va e pur essendo maggio, un paio di nuvole più grandi del normale anticipano
forzatamente l’imbrunire. Le strade qui sono già vuote e mi tornano in mente
immagini di bambini che giocano con una palla di cartone. Forse è un ricordo
vero, forse è un sogno, ma scorgo tra i bambini che giocano un bimbo diverso.
E’ seduto sul marciapiede e sembra lontano da tutti gli schiamazzi dei suoi
coetanei. E’ lontano. Sta viaggiando col pensiero, il ragazzo e nei suoi occhi
verde smeraldo scorrono parole ed emozioni. Annota qualcosa su un taccuino
che... mi riscuoto di soprassalto. No, non è possibile, stavo sognando
sicuramente. Eppure... non so, c’è un qualcosa di troppo reale per essere una
semplice illusione.
Sento qualcosa che mi si appoggia ma... sono le sei
di mattino, è troppo presto! Guardo: è Tobia e sta piangendo. Tento di
abbracciarlo, ma i miei rami sono paralizzati e gelidi, non posso che guardarlo
e sentirmi sprofondare in un oceano di tristezza. Rimane qui a piangere quasi
un’ora. Posso quasi avvertire i suoi pensieri che vanno agli amici, ai luoghi,
ai ricordi che dovrà lasciare, per trasferirsi così d’improvviso e senza
apparente ragione e creare una nuova vita. Sono le sette e passa anche il
solito signore. Stamattina sembra proprio stravolto, ma dev’essere per forza
una mia impressione; d’altra parte è difficile non vedere tutto grigio in
situazioni del genere. Passa e i loro sguardi si incrociano per un attimo. Due
paia di occhi verdi, due vite diverse ma
allo stesso tempo così vicine, due anime tanto
scosse si incontrano per un istante nell’abbraccio di uno sguardo e il mondo
sembra fermarsi.
La mattinata passa in modo estremamente lento. Di
tanto in tanto mi soffermo su quegli occhi spenti, che da dentro l’aula si
affacciano sul mondo ormai rassegnati, ma devo sempre distogliere lo sguardo. L’espressione
di un dolore così assurdo ti colpisce come un pugno in pieno stomaco e sapere
che non puoi farci niente, se possibile, è anche peggio.
Arriva il pomeriggio e con lui l’insolito uomo con
la camicia hawaiana. Questa volta sono le tre e si presenta all’uscio della
signora suonando il campanello. Sembra scosso, infatti dice subito che ha
bisogno di parlare e la donna lo fa accomodare su una seggiolina bianca che
tiene nel modesto giardino. Si siede anche lei e l’uomo inizia a parlare.
Le racconta di essere stato fidanzato un tempo e di
avere anche una figlia. Ha lasciato la ragazza appena dopo aver scoperto della
gravidanza. Era uno spirito libero, lui, poeta e viaggiatore e sentiva che il
peso di una famiglia avrebbe bloccato il suo futuro come una palla al piede.
Dice di aver passato gli anni tra Trieste e Monaco e di essere tornato cinque
anni fa, con l’intenzione di farsi perdonare da quella che era la sua ragazza e
dalla figlia che aveva lasciato.
E’ arrivato ed ha passato un mese alla ricerca delle
due donne. Racconta di aver ottenuto il perdono della “ragazza”, ormai sposata
e con altri due figli. Si è poi diretto verso la figlia mai conosciuta ma da
lei ha trovato una brutta delusione.
Le hanno sempre descritto suo padre come un vecchio
poeta pazzo e illuso, che l’ha lasciata sola per vigliaccheria ed è stato
meglio per lei, dicono, perché certe persone è meglio perderle che trovarle.
Lui ha scoperto da voci di paese di avere un nipote che frequenta un liceo
scientifico. Da quel giorno viene sempre fuori dal cancello per vederlo e pensa
di aver capito quale sia, perché ha gli occhi proprio come i suoi.
Ma... Allora....Ascolto ancora, allibita e non mi
perdo una parola del discorso. Sta parlando del nipote e dice che è proprio un
bel ragazzo e sta venendo su bene. Sembra molto orgoglioso e sinceramente
pentito degli errori di gioventù.
Ma ora il suo sguardo si fa cupo. Dice che un
giorno, la settimana scorsa, è tornato a casa della figlia per chiedere di
poter parlare allo sconosciuto nipote. Lei ha detto di no, non vuole che suo
figlio conosca un uomo così “sprovveduto e sconsiderato” da piantare in asso
una donna con una creatura in grembo senza spiegazione alcuna. Ha risposto che
se non gliel’avesse permesso l’avrebbe incontrato di nascosto, lui, perché in
fondo è sangue del suo sangue ed ha tante cose da dirgli e da insegnargli.
La figlia è andata su tutte
le furie ed ha detto che si sarebbe trasferita subito da un’amica, “così la
finiamo con questa pagliacciata”. Ora la signora lo sta consolando. Dice che
riuscirà a farsi perdonare, che non si deve preoccupare, che andrà tutto a
posto.
Ma io non ci credo molto.
Questa notte la passo a
riflettere. E' possibile che non ci abbia mai pensato? Era così ovvio, così
banale... Gli occhi, il modo di sedersi sulle mie radici, il trasloco e il
vecchio poeta scomodo. Era tutto davanti ai miei occhi e non me ne sono
accorta.
E' di nuovo mattina ma oggi
Tobia non entra per seguire le lezioni. Andrà a prendere tutte le sue cose,
saluterà i compagni e poi mamma passerà a prenderlo, dice al suo migliore
amico.
Oggi c'è qualcos' altro di
strano vicino alla scuola: un grande camion verde e giallo con degli attrezzi
strani e degli uomini vestiti di verde che si stanno preparando.
Se fosse un altro giorno ci
farei più caso, ma oggi non mi interessa più di tanto, sono troppo intenta a
seguire le ultime ore in questo paese di quel ragazzetto così particolare che
probabilmente non vedrò mai più. Ora esce da scuola. Ha le lacrime agli occhi,
ma resiste, davanti ai suoi amici; in fondo è un duro, lui.
Guardo dietro, sua madre è
arrivata con l'automobile carica di scatoloni e lo sta aspettando per partire.
Vorrei salutarlo, accidenti, ma sono sempre qui bloccata e non posso fare
proprio niente.
Adesso sale in macchina,
chiude la porta. Ma, ora lo vedo, uno degli uomini vestiti di verde mi si sta
avvicinando. Ha in mano un grosso attrezzo che però non riesco ad identificare.
Nel frattempo il rumore di un clacson richiama la mia attenzione da un'altra
parte: davanti alla macchina piena di scatoloni c'è un uomo anziano, sulla
settantina, con la camicia hawaiana. Si è appostato lì e non vuole lasciarla
partire; vedo la signora che chiama qualcuno, forse i carabinieri. Arriva una
donna sulla settantina e anche lei si ferma davanti all’automobile. Piange e
abbraccia l’uomo anziano. Lui le chiede scusa, lei dice che non è questo il
momento. Devono prima fermare la figlia e il nipote. Parlano, tentano di
convincere la donna al volante a scendere, di farle capire che sta commettendo
un grosso errore.
L'uomo con la tuta verde è
sempre più vicino a me e tiene in mano... una motosega.
Ora
capisco.
Tobia scende, non vuole
partire. Il motore dell’auto si spegne ed esce dalla macchina anche la donna. I
quattro si guardano imbarazzati e... sento qualcosa sul fianco destro.
Me lo aspettavo diverso, il
giorno della mia morte, ma, tutto sommato, mentre mi separano per sempre dalle
mie radici, posso dire di essere felice.
per Galatea
| inviato da Juno il 11/1/2009 alle 17:18 | |
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